Infezioni in gravidanza

ROSOLIA
TOXOPLASMOSI
CYTOMEGALOVIRUS
VARICELLA
QUINTA MALATTIA
SESTA MALATTIA
SCARLATTINA
EPATITE B
EPATITE C
HIV
SIFILIDE O LUE
PAPILLOMA VIRUS (HPV)
MONONUCLEOSI
LISTERIOSI


ROSOLIA

La rosolia è una malattia esantematica solitamente non grave, ma può diventarlo per il feto quando contratta in gravidanza. La trasmissione materno-fetale del virus rubeolico può infatti causare aborto spontaneo, morte in utero o la nascita di un bambino affetto da rosolia congenita , con difetti alla vista, sordità, malformazioni cardiache, ritardo mentale. Il rischio di trasmissione verticale dell'infezione al feto è inversamente proporzionale all'età gestazionale, con una stima di circa l'80% durante il primo trimestre di gravidanza. Per la prevenzione dell'infezione rubeolica in gravidanza è necessario vaccinare tutti i bambini nel secondo anno di vita, in modo da interrompere la circolazione dell'infezione, e identificare e vaccinare le donne in età fertile ancora suscettibili, in modo da evitare il contagio durante un' eventuale gravidanza. In Italia, il vaccino antirosolia è raccomandato sin dal 1972. Tuttavia, fino al 1998 la percentuale di bambini vaccinati entro i due anni è stata < 50%, insufficiente quindi a controllare la circolazione dell'infezione. Negli anni successivi la percentuale di bambini vaccinati è nettamente aumentata, raggiungendo l'89% nel 2005. Questo ritardo spiega come, in media, il 10% delle donne tra 15 e 44 anni di età sia ancora suscettibile alla rosolia. Fortunatamente l'incidenza della rosolia è fortemente diminuita, raggiungendo il minimo storico di 139 casi notificati nel 2005, rispetto agli oltre 60.000 casi riportati durante le epidemie degli anni '80. E sempre nel 2005 sono state segnalate solo 7 infezioni sospette in gestanti. La diagnosi inizia con la valutazione delle immunoglobuline (Ig) specifiche, delle classi G ed M: - Ig G positive e Ig M negative: soggetto immune (ha già fatto l'infezione in passato o è vaccinato, comunque non ha rischi in gravidanza) - Ig G negative e Ig M negative: soggetto recettivo – se la donna in età fertile non è gravida va vaccinata, se gravida va ripetuto mensilmente il test delle sole Ig M fino a 17 settimane (oltre tale epoca i rischi sono ritenuti trascurabili) - Ig G positive e Ig M positive: probabile immunità, visto che le IgM possono persistere per parecchi mesi o anche anni dopo l'infezione naturale o la vaccinazione, o possono riscontrarsi falsi positivi in corso di altre infezioni virali o malattie autoimmuni. Per dirimere il dubbio ripetere l'esame in un laboratorio di riferimento con anche il test dell' “avidità delle IgG”. - Ig G negative e Ig M positive: probabile infezione recente (probabile per quanto appena scritto sopra). Ripetere l'esame in un laboratorio di riferimento, valutare se il titolo sale o scende per cercare di datare l'epoca dell'infezione, ovviamente confrontata con l'eventuale conoscenza dell'epoca di un contatto con una fonte d'infezione. Non esiste una terapia per la rosolia: in caso di accertata infezione materna entro le 17 settimane, e in particolare entro le 13 settimane, dato l'alto tasso di trasmissione verticale al feto con relativa compromissione fetale, la donna può optare per una interruzione volontaria della gravidanza.

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TOXOPLASMOSI

È provocata da un protozoo, il Toxoplasma gondii, che può colpire tutti i mammiferi. Nella specie umana l'infezione solitamente è asintomatica. Nelle donne italiane in età fertile i livelli di sieropositività sono compresi tra il 30 e il 40%. Le gravide che la contraggono per la prima volta durante la gravidanza hanno un rischio di trasmetterla al feto con conseguente possibilità di aborto, parto pretermine o gravi patologie neurooculari (tetrade di Sabin, ovvero: idrocefalo, convulsioni, calcificazioni endocraniche e corioretinite). Il rischio che l'infezione possa colpire anche il feto aumenta con il progredire della gravidanza: 17% nel primo trimestre, 25% nel secondo e 65% nel terzo; invece diminuisce il rischio che le manifestazioni siano tra le più gravi. Complessivamente il rischio di malattia congenita è del 13%, di cui 7% grave e 6% lieve. Per la diagnosi ci si avvale dell'interpretazione del dosaggio degli anticorpi (Ig) specifici delle classi M, G ed A.

• Dosaggio delle IgM specifiche Le IgM compaiono precocemente, 10-12 giorni dall'infezione. Raggiungono il plateau dopo 2-4 settimane. Nel 72% dei casi risultano ancora rilevabili dopo 9-10 mesi e possono mantenersi a basso titolo anche per più di un anno. La presenza di IgM nel siero non è necessariamente riferibile a infezione in atto o recente, potendo restare a lungo, oppure a IgM " naturali " non specifiche, prodotte indipendentemente da qualsiasi contaminazione da Toxoplasma. Si deduce che le IgM hanno un importante significato di allarme, ma non possono essere considerate un marker certo di fase acuta dell'infezione.

• Dosaggio delle IgG specifiche Gli anticorpi IgG compaiono normalmente nella seconda settimana dopo l'infezione. Raggiungono il picco dopo 2-3-mesi. Calano entro 1-2 anni. Persistono a titoli bassi anche per tutta la vita. Il titolo può risalire in caso di un nuovo contatto con Toxoplasma Gondii o di riattivazione: nel I caso non ci sarà aumento nè delle IgM nè delle IgA, nel II caso è possibile un incremento delle IgA. Nella gravida, quando vi è un sospetto di infezione recente o in atto, documentato dalla presenza delle IgM, è necessario il dosaggio delle IgA specifiche e il test di avidità delle IgG, che consentono nella maggior parte dei casi di confermare o meno l'eventuale infezione e di datare il probabile momento del contagio.

• Dosaggio delle IgA specifiche La produzione delle IgA è incostante, ma di solito inizia dopo la sintesi delle IgM e prima delle IgG. Inizialmente vi è un rapido incremento, poi una successiva riduzione entro il 6°-9° mese, il tutto più precocemente delle IgM. La presenza contemporanea di IgA e di IgM permette di diagnosticare con discreta affidabilità una toxoplasmosi recente, acquisita negli ultimi sei mesi.

• Test dell'avidità delle IgG specifiche Si ritiene che il test dell'avidità delle IgG sia a tutt'oggi il metodo migliore per affrontare il problema della datazione dell'infezione. Il concetto di avidità è basato sul presupposto che in corso di prima infezione gli anticorpi che si formano abbiano poca affinità con l'antigene toxoplasmico con cui vengono a contatto. I legami anticorpo-toxoplasma risultano quindi deboli e sono facilmente rimossi dal lavaggio con urea (test dell'avidità). La percentuale di avidità delle IgG sarà tanto più bassa, quanto più recente potrà essere l'esordio dell' infezione. Valori tra 0-20% di avidità sono da ascrivere alle infezioni acute risalenti a non più di tre mesi prima.

Toxo-PCR: l'utilizzazione di metodiche PCR eseguite su liquido amniotico prelevato tramite amniocentesi costituisce un test di III livello, più sofisticato, per accertare un possibile contagio fetale in madre con infezione recente o in atto. Quindi, ricapitolando, possiamo avere le seguenti possibilità:

1. IgM e IgG negative - Soggetto non immune: se si tratta di una donna gravida dovrà essere monitorata con test mensili fino al parto.

2. IgM negative ed IgG positive - Soggetto immune: infezione di vecchia data.

3. IgM presenti e IgG negative - Può significare una infezione molto recente: valutare l'opportunità di intraprendere un'antibioticoterapia ed effettuare un secondo controllo dopo 15 gg. con anche dosaggio IGA; la conferma delle IgM, la presenza delle IgA e l'eventuale comparsa delle IgG confermerebbero l'infezione toxoplasmica con la sieroconversione.

4. IgM presenti e IgG positive - Può trattarsi di una toxoplasmosi in fase acuta o recente oppure di una forma pregressa. La datazione della malattia è facilitata dalla determinazione di IgA , la cui presenza indica un'infezione recente inferiore a sei mesi, e dalla avidità delle IgG:

a. se il valore dell'avidità è superiore al 30% si tratta di una infezione pregressa databile oltre quattro mesi

b. se l'avidità è debole (0-20%) o in zona grigia (20-30 %) è probabile che si tratti di infezione molto recente (entro i tre mesi)

Per questo tipo di infezione esiste una terapia farmacologica che riduce (ma non annulla) i rischi. Non esiste invece la possibilità di una vaccinazione preventiva. Pertanto per le gravide recettive è importante evitare le possibili fonti di infezione, ovvero:

- evitare il contatto coi gatti o con oggetti inquinati dalle loro feci: la loro ingestione involontaria può trasmettere la malattia perchè nell'organismo dei felini si realizza la fase sessuata di riproduzione di questi microrganismi

- lavare bene con bicarbonato la verdura cruda e la frutta che si coltiva in terra e si consuma senza rimuovere la buccia, per es. le fragole: sulla loro superficie possono essere presenti resti di escrementi di gatto

- evitare giardinaggio e orticoltura, o lavarsi accuratamente le mani subito dopo

- non mangiare carne cruda e/o insaccati crudi in genere: all'interno di questi cibi possono essere presenti delle cisti di latenza che vengono, però, uccise con il calore. Quindi nessun problema per prosciutto cotto e mortadella/bologna, e per il pesce crudo.

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CYTOMEGALOVIRUS

L'infezione da cytomegalovirus (CMV) è un evento relativamente frequente in gravidanza, non curabile. Assume importanza perchè purtroppo è possibile causa di problemi anche gravi per i neonati che si contagiassero, con sequele che vanno dalla morte neonatale al ritardo mentale e sordità congenita. Il CMV è il responsabile della maggior parte delle infezioni congenite nel mondo. Il rischio di una infezione primaria (cioè contratta per la prima volta) in gravidanza è del l'1% . La diagnosi di questa infezione, di per sè talmente poco apparente da passare inosservata o essere confusa con una forma parainfluenzale, si pone tramite l'interpretazione del dosaggio degli anticorpi materni anti CMV:

- se sia quelli della classe IG G che quelli IG M sono negativi il soggetto non ha mai contratto l'infezione (soggetto recettivo)

- se sono positive solo le IG G il soggetto ha contratto l'infezione da oltre 3 mesi, e quindi se l'esame è fatto ad inizio gravidanza esclude il rischio di successiva infezione primaria

- se sono positive solo le IG M il soggetto dovrebbe aver contratto l'infezione negli ultimi 2 mesi

- se sono positive sia le IG M che le IG G si deve fare il dosaggio dell' “avidità delle IG G”: se superiore a 80 l'infezione data oltre 3 mesi, se inferiore a 20 l'infezione data meno di 3 mesi, per valori intermedi il dato non è dirimente.

Esiste poi la possibilità di dosare il DNA virale nel sangue materno.

L'infezione primaria da CMV ha un tasso di trasmissione verticale dalla gravida al feto del 40% . Come per le altre malattie infettive in gravidanza, i rischi maggiori per il feto si hanno nelle trasmissioni del I trimestre. Dei casi di infezione congentita (ossia acquisita prima della nascita), l'85% è asintomatico e di questi il 90% resterà senza problemi, gli altri potranno sviluppare anomalie rilevabili solo dopo molto tempo, come quelle a carico dell'udito. Il 15% sintomatico svilupperà i danni dell'infezione congenita del neonato: una metà in forma severa (di questi un terzo muore e due terzi avrà ritardo mentale e paralisi cerebrale) e l'altra metà in forma lieve (di questi il 70% resterà senza problemi, gli altri potranno sviluppare anomalie rilevabili solo dopo molto tempo, come quelle a carico dell'udito). Avere già all'inizio della gravidanza anticorpi IgG anti cytomegalovirus significherebbe che vi è protezione, purtroppo non assoluta, ma tale da ridurre l'infezione congenita dal 40% allo 0,5-1%, con un rischio di sequele non più del 15%, ma solo dello 0,02-0,3%. In caso di infezione primaria nel I trimestre di gravidanza, si propone l'amniocentesi nel secondo trimestre con ricerca dell'infezione tramite la metodica PCR nel liquido amniotico: per avere un dato attendibile occorre attendere almeno 8 settimane dal momento dell’infezione all’amniocentesi, che quindi non viene proposta a 16 settimane, ma a 19-21 settimane. Questo però ci serve solo per sapere se c'è stato il passaggio del CMV nel compartimento fetale, ma se così è stato non ci dice se ci sono malformazioni. L'ecografia in questo caso non è di molto aiuto: il segno ecografico da ricercare è rappresentato dalle calcificazioni periventricolari nel cervello. Alla nascita, il neonato affetto viene trattato con antivirale prima endovena, poi per os. Ricapitolando, su 100.000 gravide si dovranno attendere 1000 infezioni primarie e 400 infezioni congenite, da cui 10 morti neonatali, 20 ritardi mentali/paralisi cerebrale, 40 sequele rilevabili nel follow-up a lungo termine, in particolare a carico dell'udito, quindi in caso di sieroconversione in gravidanza il rischio cumulativo di problemi fetali/neonatali è del 7 %.

La prevenzione dell’infezione è difficile. Le fonti di contagio sono i bimbi in età prescolare, specie quelli sotto i 3 anni che frequentano gli asili nido. Le donne non immuni dovrebbero adottare le seguenti norme igieniche:

- non baciare bimbi piccoli su labbra o guance

- non scambiare con loro cibo, bevande, posate, oggetti contaminati da saliva (succhiotto, spazzolino da denti, tovagliolo)

- lavare le mani con acqua e sapone dopo contatto con saliva, urine o pannolini dei bimbi

- lavare frequentemente con acqua e sapone giocattoli ed oggetti (es. seggiolone) che possono essere venuti a contatto con la loro saliva

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VARICELLA 

La varicella è una malattia esantematica tipica dell'infanzia; fortunatamente, in gravidanza è poco frequente e ancora più rare sono le possibili conseguenze feto-neonatali. Si trasmette per contagio per via inalatoria dalle particelle nebulizzate col respiro dell'ammalato. Il periodo di incubazione è di l0-21 giorni e la viremia va dal giorno antecedente la comparsa dell'eruzione cutanea al 41° giorno successivo. Il tasso di trasmissione verticale dalla gestante al feto è del 17%. Come per le altre infezioni, se contratta nel primo trimestre può creare maggior rischio malformativo. Infatti il 7% del 17% degli embrioni infettati (1.2% delle gravide infettate) sviluppa la sindrome da varicella congenita, caratterizzata da gravi lesioni cutanee cicatriziali, atrofia muscolare, ipoplasia delle dita, lesioni cerebrali tipo encefalite o atrofia cerebrale. Dato il basso rischio di sequele, non si consiglia la ricerca dell’infezione con PCR su liquido amniotico, perchè questa ha un rischio quasi uguale a quanto andremmo a indagare. Quando l’infezione avviene nel II trimestre non ci sono conseguenze fetali, mentre nel terzo trimestre le eventuali conseguenze dipendono dal rapporto cronologico tra momento del parto, viremia materna e produzione di anticorpi materni. Possono essere considerate le seguenti situazioni: 1. l'infezione avviene almeno 21 giorni prima del parto: si ha il passaggio transplacentare del virus nel 17% dei casi, la malattia fetale ha decorso favorevole in quanto sono presenti anticorpi materni, il feto guarisce prima del parto 2. Il parto avviene nel periodo di incubazione della malattia: il bambino nasce sano ma può infettarsi durante il parto o subito dopo. Manca la protezione degli anticorpi materni ma il decorso della malattia è favorevole poichè di solito l'infezione avviene per via respiratoria 3. Il parto avviene tra il giorno antecedente e i quattro giorni successivi all'eruzione cutanea: il feto può infettarsi per via ematogena e la malattia in questo caso è molto grave, talora mortale (10%) anche perchè non vi è tempo per il passaggio transplacentare anche di anticorpi materni. Se viceversa il feto si infetta durante il parto e cioè non vi è una infezione per via ematogena con localizzazione pluriviscerale, valgono le considerazioni del punto precedente 4. Il parto avviene in un periodo tra i 5 ed i 21 giorni seguenti l'inizio dell'eruzione cutanea: se il feto è stato infettato, il decorso della malattia è benigno nonostante la trasmissione ematogena, in quanto vi è stata trasmissione transplacentare anche di anticorpi materni. La protezione dei bambini nati in giorni a rischio viene effettuata con la tempestiva somministrazione di immunoglobuline specifiche. In caso di infezione materna in prossimità della data presunta parto, anziché anticipare il parto è più conveniente cercare di procrastinarlo di almeno una settimana.

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QUINTA MALATTIA 

Dovuta al Parvovirus B19, è una malattia esantematica tipica della prima infanzia.

Fortunatamente il 70% della popolazione adulta risulta immune. Per chi si ammala in gravidanza, il tasso di trasmissione verticale al feto è del 40%, con un tempo di trasmissione di 4-12 settimane.

Le conseguenze possono essere anemia, idrope, morte fetale. Ricapitolando, su 100 gravide infette avremo: 60 feti non infetti, 25 infetti senza nessuna conseguenza, 10 feti anemici con problemi variabili, 2 feti idropici e 3 morti fetali.

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SESTA MALATTIA
La sesta malattia, o esantema critico, è un'infezione provocata nella maggioranza dei casi dall'Herpes virus 6, meno frequentemente dall'Herpes virus 7. Non esiste un vaccino efficace per la sua prevenzione.
L'infezione colpisce soprattutto i bambini entro i primi due anni di vita. Dopo un periodo di incubazione che dura circa due settimane, la sesta malattia si manifesta con febbre molto alta per tre o quattro giorni; poi la febbre crolla e compaiono macchioline rosse diffuse dapprima sul tronco e quindi su tutto il corpo; lo sfogo esantematico dura circa 24 ore. Il bambino ammalato è particolarmente contagioso nella fase febbrile, e comunque fino alla scomparsa dell'esantema.
In età adulta è estremamente improbabile contrarre questa infezione, anche perché quasi tutti l'hanno avuta nell'infanzia e ne risultano immuni. Peraltro eventuali reinfezioni del virus non comportano alcun pericolo in gravidanza.
Come tutte le infezioni virali, anche la sesta malattia comporta potenziali rischi di aborto e malformazioni per il feto, nella remota eventualità che venga contratta durante l'attesa. Si tratta però di rischi statisticamente irrilevanti rispetto ad altre malattie infettive ben più pericolose in gravidanza.

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SCARLATTINA
E’ una malattia esantematica causata da un batterio, lo streptococco beta emolitico di gruppo A. A differenza delle altre malattie esantematiche, che sono virali, non dà immunità, e pertanto può essere contratta più volte. Colpisce prevalentemente bimbi tra 3 e 12 anni, con esantema, febbre, mal di gola. L’esantema rosso scarlatto è causato da una reazione dell’organismo alla tossina prodotta dal batterio, ma tale reazione non è presente in tutti, e quindi non lo è sempre l’esantema. Si trasmette prevalentemente con le secrezioni aeree prodotte dalla tosse del malato, ma il batterio può sopravvivere anche fuori dall’organismo, e quindi ci si può infettare anche bevendo da un bicchiere usato dal malato. Il periodo contagioso va dal giorno dopo dell’insorgenza della sintomatologia fino al suo termine (circa 4-5 gg) o fino all’inizio della terapia. Risponde bene agli antibiotici (penicilline). Se contratta in gravidanza non dà malformazioni fetali. Se colonizza la vagina può però dare parto prematuro o, se presente al parto vaginale, dare un’infezione neonatale potenzialmente severa: pertanto in caso di sospetto può essere effettuato un tampone vaginale.

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EPATITE B
Il test dell’HBsAg per individuare la presenza del virus è raccomandato e offerto gratuitamente due volte in gravidanza: al secondo mese e all'ottavo. In realtà, l’esame previsto a inizio gravidanza non è fondamentale, perchè il rischio che la futura mamma trasmetta il virus dell'epatite al nascituro durante l'attesa è trascurabile e non vi sono strategie per modificarlo.
Invece è importante accertare verso il termine della gravidanza se la donna è portatrice del virus, perchè il rischio di trasmissione diventa molto alto al momento del parto, sia vaginale che cesareo. In caso di positività della madre, il neonatologo provvederà a somministrare al bimbo entro 12-24 ore dalla nascita il vaccino anti-epatite B e immunoglobuline specifiche. Seguendo queste procedure, il rischio che il piccolo contragga l'infezione si riduce all'1% e nulla osta per l’allattamento al seno.

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EPATITE C
Il test dell’HCV, che rileva la presenza nel sangue di anticorpi contro il virus dell’epatite C, è raccomandato e offerto gratuitamente due volte in gravidanza: al secondo mese e all'ottavo. Tuttavia il problema di come contrastare un’eventuale trasmissione dalla madre al bambino è ancora oggetto di discussione. Si ritiene che il contagio possa avvenire: durante la gestazione attraverso la placenta; in travaglio; al parto; con l’allattamento. Si stima che le due modalità principali siano quelle relative al travaglio e al parto e che il rischio di trasmettere il virus sia intorno al 5%. Tale rischio sarebbe concentrato nelle donne RNA positive (un esame che indica che il virus dell’epatite C è in attiva replicazione). In tali pazienti solitamente si propone il parto cesareo, anche se non è ancora definitivamente dimostrato che così si riduca il rischio d’infezione neonatale.

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HIV

Nel mondo ci sono 33 milioni di infetti, dei quali 22 nell’africa sud-sahariana.

La trasmissione verticale madre-figlio avviene al parto, e in Italia passa dal 20% delle donne non in terapia all’ 1.4% delle donne in terapia e che effettuano un taglio cesareo elettivo e non allattano.

La terapia farmacologica retrovirale si avvale dell’assunzione di tre farmaci, non teratogeni.

La diagnosi prenatale invasiva delle cromosomopatie non va incentivata, per il rischio di favorire il contagio fetale, ma nelle donne che la richiedano meglio l’amniocentesi che la villocentesi.

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SIFILIDE O LUE

Causata da un batterio, il treponema pallidum, prevede una trasmissione sessuale, oppure verticale madre-figlio durante tutto il periodo della gravidanza: due terzi dei feti di madri infette si infetta a sua volta, e di questi un terzo muore. La terapia con antibiotici (penicillina) è efficace. Lo screening in gravidanza è obbligatorio, e si avvale di esami ematochimici: solitamente VDRL e TPHA; in caso di positività, si possono effettuare esami di II livello, come il FTA. Dopo la guarigione, il VDRL si negativizza, mentre il TPHA può rimanere positivo a vita (cicatrice immunologica).

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PAPILLOMA VIRUS (HPV)

Un'infezione da HPV, o papilloma virus, in gravidanza non comporta rischi diretti né per la futura mamma né per il nascituro, quando correttamente gestita. Nella maggior parte dei casi, se l'infezione è asintomatica, non è necessario intervenire in alcun modo. Il rischio di aborto o malformazioni fetali è nullo. Le possibili alterazioni indotte dal virus sono i condilomi e le alterazioni cellulari (displasie) al collo dell’utero.

I condilomi sono formazioni dall'aspetto caratteristico di creste di gallo che possono comparire sulla mucosa genitale. In presenza di condilomi esiste il rischio che le secrezioni materne infettino il cavo orale e la laringe del bambino nel corso del parto per via vaginale, provocando una patologia seria per un neonato. Per questa ragione, eventuali condilomi vanno rimossi prima del parto mediante diatermocoagulazione o con il laser, un intervento che si effettua a livello ambulatoriale in anestesia locale e non è controindicato in gravidanza. Se le lesioni non sono state rimosse per tempo o in caso di recidive, solitamente si consiglia il parto cesareo. Per ridurre le lesioni o le recidive talora si utilizzano dei farmaci: una delle molecole più impiegate è l’imiquimod, peraltro da usarsi con cautela data la scarsa esperienza in gravidanza (anche se gli studi su animali escludono effetti teratogeni).

In presenza di displasie del collo dell'utero dovute a papilloma virus, rilevate dal pap test e confermate dalla colposcopia, ci si regola in base alla serietà della situazione. Se la lesione è a basso rischio tumorale, si attende il parto prima di intervenire, tenendo sotto controllo l'evolversi delle condizioni. Se invece il rischio è elevato, è necessario intervenire nel corso della gravidanza, asportando una piccola porzione di tessuto della cervice uterina per rimuovere la lesione sospetta. L'operazione, fatta con le dovute cautele, non dovrebbe comportare pericoli per il proseguimento della gravidanza.

Il vaccino anti-HPV è controindicato in gravidanza e comunque non sarebbe di alcuna utilità in caso di infezione in corso perché la sua azione è preventiva e non terapeutica.

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MONONUCLEOSI

La mononucleosi, conosciuta anche come "malattia del bacio" perché si trasmette attraverso il contatto con la saliva, è causata dal virus di Epstein-Barr, colpisce prevalentemente giovani sotto i 35 anni. La sintomatologia è caratterizzata da: febbre alta, astenia, ingrossamento dei linfonodi del collo e faringo-tonsillite con deglutizione fastidiosa e difficoltosa. E’ una malattia autolimitantesi, che dura 1-2-mesi (ma i sintomi maggiori scompaiono in 2-3 settimane) e non tende a cronicizzare, anche se l’astenia in alcuni casi può persistere per vari mesi. La contagiosità rimane per una settimana dopo la scomparsa dei sintomi più evidenti. Il contagio avviene tramite la saliva: oltre al bacio, occorre quindi evitare l’uso comune di bicchieri o posate. La terapia prevede acido acetilsalicilico come sintomatico ed un mese di riposo: solo nei casi gravi si usano gli antivirali.

Non risulta che la mononucleosi comporti particolari rischi per il nascituro anche se viene contratta dalla madre in gravidanza.

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LISTERIOSI

Causata dalla Listeria monocytogenes, batterio presente in terreno, acqua e animali portatori sani, compreso l’uomo (il 5% degli adulti lo è), è una malattia rara (1 caso all’anno ogni 250.000 persone), ma potenzialmente grave (anche letale). Le categorie a rischio sono immunodepressi, anziani, bimbi, neonati e soprattutto gravide, tanto che queste ultime rappresentano il 30% dei casi di listeriosi. Questa malattia si presenta come un’influenza (febbre, cefalea, nausea, vomito, dolori muscolari), e solo la gravità e persistenza dei sintomi può far pensare alla listeriosi. La terapia è antibiotica. In gravidanza può causare aborto, parto prematuro (anche nel II trimestre), nascita di feto morto o infezione neonatale (con meningite o setticemia neonatale).

L’infezione si contrae assumendo cibo contaminato. Pertanto è prudente evitare quello a rischio, ovvero: latte non pastorizzato, formaggi molli freschi da latte crudo (gorgonzola, brie, camembert, erborinati, messicani), patè, carne e pesce crudo o affumicato, carni cotte lasciate pronte al consumo (come hot dog e salsicce, o i nostri avanzi di un pasto per il successivo), verdura cruda non lavata.

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